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INTERVISTE


Mozart Nacht und Tag 2009

Ombre sonore al CineTeatro Baretti di Torino

(Deborah Ugolini,
deborissimah / Entr’acte, maggio 2010)

Detto tra noi…
W Verdi, Giuseppe!

(Elena Del Santo, La Stampa)

Intervista Radiotre Suite
26 gennaio 2013

(Mozart Nacht und Tag V)

Intervista Radiotre Suite
24 ottobre 2018

(Baretti Opera House)

Intervista Radio Energy - Casa Energy

La statua di marmo (aprile 2018)

Intervista Radiotre Suite
25 gennaio 2019

(Mozart Nacht und Tag XI)

Gli amori di Eva


“Torino mi ha adottata, Amadeus mi ispira”

(Susanna Franchi, la Repubblica, 3 febbraio 2013)

 

“Il mio debutto a Torino? Sono passati talmente tanti anni... Direi La figlia del reggimento di Donizetti al Regio con la regia di Ronconi, era il 1994. Da allora Torino è la mia città d’adozione”. Il soprano Eva Mei da allora ha cantato spessissimo in città e in questo inizio 2013 è torinese a tutti gli effetti: domenica scorsa ha cantato alla Maratona Mozart, domani canta al Conservatorio per la stagione della Stefano Tempia e dal 15 febbraio è al Regio come Donna Anna nel Don Giovanni di Mozart. “Torino è una città che adoro, voi mi avete adottato ed io mi ritengo fortunata perché è una città splendida, per le persone, per la vita musicale... E guardi che, detto da una toscana, il complimento vale ancora di più”.

  Lei ha un legame particolare con il Teatro Baretti, dove è stata protagonista di molte iniziative: come mai?

  “Me l’ha fatto scoprire Davide Livermore, poi Corrado Rollin, l’organizzatore della Maratona Mozart e degli incontri a tema operistico, ha iniziato a coinvolgermi e, siccome il livello qualitativo è sempre molto alto e tutto è organizzato benissimo, sono felice di venirci spesso. La Maratona poi è un’esperienza bellissima, per noi artisti e per il pubblico: Mozart è una fucina inesauribile, ci vorrebbe una maratona che durasse mesi”.

  Mozart è una costante della sua carriera: ha mai pensato cosa sarebbe stata la sua carriera senza Amadeus.

  “Non ha una domanda di riserva? Sarebbe stata un disastro. Non posso immaginare la mia carriera senza Mozart. È per me un punto fermo, un insegnamento. E ho ancora tanto da imparare: dopo quasi 25 anni di carriera Mozart mi fa rimettere in gioco ogni sera, mi sembra di non aver ancora fatto niente finora... è bellissimo confrontarsi sempre con lui”.

  Adesso al Regio sta provando Donna Anna, un personaggio con arie bellissime e un ruolo complesso. Le piace?

  “Sì, quello che mi piace moltissimo di questo personaggio è il mistero che le aleggia intorno. Non sappiamo se abbia veramente subito violenza da Don Giovanni, è animata da desiderio di vendetta perché lui le ha ucciso il padre, c’è sempre un velo di tristezza su di lei, ma dentro ha un fuoco terribile, una rabbia compressa; è come un ghiacciaio che copre un vulcano pronto a esplodere”.

  Domani sera alle 21 al Conservatorio per la stagione dell’Accademia Corale Stefano Tempia lei è protagonista del recital “Romanze d’amore” con il pianista Gianni Fabbrini: in programma arie da camera di Luigi Gordigiani, Francesco Paolo Tosti, Giuseppe Verdi, Gioachino Rossini. Il meno noto è sicuramente Gordigiani. Chi è?

  “È un compositore toscano contemporaneo di Donizetti, che ha scritto stornelli molto divertenti, a volte anche un po’ piccanti, che sicuramente divertiranno il pubblico. Lì viene fuori la donna toscana, diciamo l’acqua cheta che al momento buono tira una zampata. La musica da salotto è musica godibilissima, nell’Ottocento si divertivano molto: era la musica dell’epoca, diciamo il corrispettivo di Lady Gaga di oggi...”.

 

Buon compleanno, Wolfgang!


La VII edizione della maratona musicale Mozart Nacht und Tag a Torino

Intervista a Corrado Rollin

(Christian Speranza, BelliniNews, 29 marzo 2015)

 

Per i melomani il 27 gennaio è una data carica di significato: Giorno della Memoria delle vittime dell’Olocausto, sì, ma anche data di morte di Verdi, nel 1901, e data di nascita di Wolfgang Amadeus Mozart, nel 1756! E proprio in onore della nascita di Mozart, da sette anni ormai a Torino, nel weekend più vicino a questa data, viene organizzata la Mozart Nacht und Tag, “maratona musicale”, come è stata intelligentemente battezzata, totalmente gratuita (offerta libera e facoltativa) e aperta al pubblico di tutte le età e competenze in fatto di musica. La definizione di “maratona musicale” è quanto mai indovinata: se infatti si era partiti all’inizio con circa quaranta ore consecutive di musica (rigorosamente mozartiana!), adesso, alla VII edizione, svoltasi sabato 24 e domenica 25 gennaio 2015, si è giunti a circa cinquanta: e con l’aggettivo “consecutiva” s’intende proprio «notte e giorno», Nacht und Tag!

  Imbattersi nelle sedi dove la Mozart Nacht und Tag si tiene non è difficile: a differenza dei normali concerti, l’iniziativa coinvolge diversi spazi torinesi – la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, il Conservatorio «Giuseppe Verdi», la «Casa del Quartiere di San Salvario», il Circolo dei Lettori, il Politecnico di Torino (Salone d’onore del Castello del Valentino), l’Alliance française (centro di studio di lingua e letteratura francese) e soprattutto il CineTeatro Baretti, centro nevralgico di tutta l’iniziativa, in cui la musica prosegue ininterrottamente durante la notte, grazie alla proiezione di DVD a tema – quest’anno i Concerti per pianoforte e orchestra n° 20 e 21 (KV 466 e 467), con un giovane Daniel Barenboim quale pianista e direttore dei Berliner Philharmoniker, La clemenza di Tito KV 621, La finta giardiniera KV 196 e Nannerl, la sœur de Mozart, film di René Féret del 2010. Durante le ore diurne, invece, a partire dalle 10:00 fin quasi a mezzanotte, è un avvicendarsi continuo di musicisti che, grazie all’assortimento del repertorio, riescono a presentare diverse facce della poliedrica genialità di Mozart: Sonate per pianoforte, violino e pianoforte, Duetti per flauti (brani di rarissimo ascolto, presentati nell’esecuzione di Francesca Grilletto e Sebastian Domingo), Quartetti, Trii e altre formazioni cameristiche, arie vocali da opere e Lieder a sé stanti, precursori di tutta la letteratura liederistica tedesca dell’Ottocento, fino a composizioni corali (“Ave, verum corpus” KV 618, Missa brevis KV 220, ecc.) e Sinfonie (Sinfonia n° 35 in re maggiore “Haffner” KV 385 ecc.); il tutto passando per composizioni minori, ma sempre interessanti, come il Duo per violino e viola in sol maggiore KV 423 (Alice Costamagna, violino; Giorgia Elena Cervini, viola) e trascrizioni di originali mozartiani per diversi organici – il Concerto “Jeunehomme” nella veste cameristica per pianoforte e quartetto d’archi di Ignaz Lachner (1807-1895), la Sinfonia concertante per violino, viola e orchestra KV 364 nella riduzione per violino, viola e pianoforte, fino alle Sonate per pianoforte e violino KV 378 (317d) e KV 296 trascritte per due flauti dal flautista olandese Frans Vester (1922-1987). Un’infilata di brani alla quale si accompagna una lista più corta, ma di pregevole scelta, di d’après moderni e di repertorio: tra questi, l’Introduzione e Variazioni per chitarra sola sul tema “Das klinget so herrlich” dal Flauto Magico di Mozart Op. 9 di Fernando Sor (1778-1839) (Federica Colucci, chitarra); tra quelli, le Tre impressioni sull’aria “Gente, è qui l’uccellatore” [“Der Vogelfänger bin ich, ja”, N.d.R.] dal Flauto Magico di Mozart per chitarra sola, e Mozartiana per clarinetto solo, entrambi scritti ed eseguiti da Gabriele Balzerano, polistrumentista contemporaneo che ha dato prova della sua versatilità cimentandosi nelle due performance alla chitarra e al clarinetto.

  Fra un brano e l’altro, le piccole e (doverose) pause, sia per i musicisti, sia per gli ascoltatori, che hanno così modo di alzarsi e rientrare, sono animate dai puntuali interventi di Attilio Piovano, critico musicale della piazza torinese, compositore, scrittore, saggista e insegnante, chiamato a commentare i vari brani presentati durante la “maratona” e a ripercorrere le tappe salienti della vita di Mozart, dai viaggi per tutta Europa durante l’infanzia, al trasferimento in pianta stabile a Vienna nel 1781 e ai suoi tentativi di imporsi come libero professionista nel campo della musica in un’epoca in cui il musicista era trattato alla stregua di un qualunque stipendiato alle dipendenze della corte di turno, un mestierante del suo campo (come tanti librettisti e operisti italiani dai vari teatri d’opera). Particolarmente affascinante è la sua presentazione del DVD dei Concerti per pianoforte e orchestra, che segnano l’inizio della parte notturna della “maratona”: seduto al pianoforte al quale si sono avvicendati nel corso del giorno tanti pianisti, Piovano illustra con esempi musicali i Concerti e la poetica pianistica mozartiana, oltre al ruolo centrale che essi hanno avuto nel traghettare questo genere musicale dalle stecche dei corsetti settecenteschi agli ariosi mantelli del Romanticismo, eredità raccolta e continuata da Beethoven (e non solo).

  Ma Mozart non è solo musica: è anche mito: mito che ha iniziato a formarsi a partire dalla sua morte in circostanze misteriose, per le quali è stato fatto non poche volte il nome di Antonio Salieri. La Mozart Nacht und Tag ha voluto rendere omaggio anche a questo artista troppo spesso ricordato solo per una cosa che non ha fatto (l’aver avvelenato, o portato alla morte il trentacinquenne Mozart), con l’Ouverture del Falstaff, ossia le tre burle e la Piccola arlecchinata da Axur, re d’Ormuz, nella riduzione per pianoforte eseguite da Cristina Leone. Tanta parte ha avuto anche il film Amadeus di Miloš Forman del 1984 che riprende la tesi dell’avvelenamento di Mozart ad opera di Salieri ispirandosi alla pièce teatrale Mozart e Salieri di Aleksandr Puškin. E, nella versione con adattamenti e testi aggiuntivi di Thomas de Quincey, Max Aub e Woody Allen, il testo di Puškin ha ripreso vita grazie alla recitazione di Gianni Bissaca e Corrado Rollin, con accompagnamento musicale della pianista Cristina Leone.

  Proprio a Corrado Rollin, uno dei due coordinatori artistici della Mozart Nacht und Tag (l’altro è Giorgio Griva), ho voluto rivolgere alcune domande relative alla realizzazione di questo evento. Ciò che mi ha rivelato è stato particolarmente interessante.

  Corrado, come è nata l’idea della Mozart Nacht und Tag?

  «L’idea nacque parlando con Davide Livermore [direttore artistico del CineTeatro Baretti, N.d.R.], che aveva già in mente un’idea simile, e Giorgio Griva: “Tentiamo!”, ci siamo detti. E così iniziammo. La prima volta furono solo 24 ore di musica e coinvolsero il CineTeatro Baretti e le chiese vicine. Pian piano il progetto si ampliò, allungando i tempi della “maratona” e coinvolgendo anche altre sedi. Fu un bel traguardo, quando adottammo l’impiego di navette per trasportare il pubblico dal Baretti al Conservatorio!».

  Chi sono gli artisti che partecipano alla Mozart Nacht und Tag?

  «Siamo partiti coinvolgendo gli allievi dei Conservatori di Torino, Alessandria e Novara, che hanno collaborato per tutte le edizioni, compresa quest’ultima. Il primo anno parteciparono anche gli allievi del Conservatorio di Foggia. Dalla V edizione, invece, si aggiunsero stabilmente anche quelli del Conservatorio di Cuneo. Abbiamo quindi la partecipazione entusiasta e stabile di quattro Conservatori. Nessun musicista viene pagato per esibirsi, a parte le spese di viaggio per gli allievi di Alessandria, Novara e Cuneo. È anche un modo per dar loro la possibilità di esibirsi, per imparare a gestire l’ansia da palcoscenico, consapevoli di essere in un ambiente meno formale di un concerto vero e proprio. Nella VI edizione, però, il maestro Luciano Giarbella, pianista ed ex-vicedirettore del Conservatorio di Torino, decise spontaneamente di suonare per noi: questo ci ha fatto capire che è un fenomeno che desta più attenzione di quel che pensiamo».

  Come organizzate le scalette dei brani?

  «Gli allievi portano ciò che hanno in programma, quel che han studiato. A noi organizzatori spetta il compito di distribuirli lungo le giornate musicali. Non è sempre facile: i ritardi comunicati all’ultimo sono frequenti, soprattutto per gli studenti che non sono di Torino, come pure le defezioni improvvise. A volte, però, ci viene in aiuto una sorta di “pronto soccorso musicale”. Una domenica pomeriggio, ricordo, non sapevo come far proseguire la maratona: un musicista non si era presentato, e quello in programma subito dopo non era ancora arrivato. Così ho chiesto in platea: “C’è un pianista tra il pubblico?”. Si alzarono in due, ed eseguirono Piazzolla a quattro mani. Non sarà stato Mozart, ma il concerto poté continuare».

  La Mozart Nacht und Tag non è proprio un concerto, però…

  «Concordo: non secondo i canoni classici di un concerto. Ma è stato fatto apposta. Io sono dell’idea che si debba proporre al pubblico una nuova modalità di ascolto: non quella cui siamo abituati, un auditorium, una sala da concerto, con l’applauso che arriva esattamente quando te lo aspetti. Si deve cercare di incuriosire il pubblico utilizzando anche canali di comunicazione differenti. Già solo l’idea che tra un brano e l’altro ci si possa alzare e sgranchirsi le gambe, o si possa abbandonare l’ascolto senza sentirsi colpevoli è qualcosa che predispone in modo più sciolto all’ascolto, soprattutto per coloro che desiderano avvicinarsi a piccoli passi al mondo della musica classica e che vedono un concerto tutto intero come qualcosa di insostenibile: qualcosa di simile all’ascolto di un CD, che puoi interrompere quando vuoi – ma qui le esecuzioni sono dal vivo, ed è un dato da non trascurare. Fare del CineTeatro Baretti il campo-base della Mozart Nacht und Tag significa anche sfruttare la collaborazione di un quartiere di Torino come San Salvario, che sotto la supervisione di Roberto Arnaudo, ha dato ampio spazio alla musica alla maniera viennese, ovvero on the road: in occasione della Mozart Nacht und Tag abbiamo avuto violinisti che allietavano la coda dal panettiere e un quartetto d’archi che suonava la Piccola Serenata Notturna in un sexy-shop, per non parlare delle tante esecuzioni nei più diversi esercizi commerciali della zona. Per la prima volta Torino, o almeno una piccola parte di essa, San Salvario, è diventata una sorta di teatro, di auditorium a cielo aperto: se è vero che la musica non ha confini, non deve averne neanche il luogo di esecuzione». 

Festeggiare Mozart


Per il nono anno vari luoghi di Torino, tra cui il Tempio Valdese di corso Vittorio, ospiteranno una maratona musicale dedicata al compositore austriaco

(Susanna Ricci, Riforma.it, 23 dicembre 2016)

 

Mozart Nacht und Tag è un’iniziativa del Teatro Baretti cominciata nove anni fa per festeggiare il compleanno di Mozart, che ricorre il 27 gennaio, facendo in modo che musicisti professionisti o allievi andassero a suonare in teatro gratuitamente. Le porte del teatro sono aperte, non ci sono biglietti, chi organizza e chi suona non riceve cachet e per una volta l’anno si festeggia tutti insieme un grande della cultura occidentale in modo divertente e informale; chi è abituato a frequentare i concerti saprà già cosa aspettarsi, chi non ci è mai stato si ritroverà in un teatro di quartiere e non in un sacrario della musica classica.

  «Se c’è qualcuno che trova Mozart noioso, sono disposto a incontrarlo una sera davanti a una birra per convincerlo del contrario – dice uno dei curatori, Corrado Rollin –, ma in realtà questa preoccupazione non c’è mai stata».

  Perché proprio Mozart?

  «Prima di tutto perché ha scritto musica praticamente per ogni gruppo strumentale e vocale. Fra tutti, Mozart è uno dei compositori di più facile ascolto; se poi si fa in modo che il pubblico non percepisca questo evento come un festival per iniziati, ma a cui si possa partecipare entrando liberamente e poi, terminata l’esecuzione, chiacchierare con il vicino, tutto cambia. Il Teatro Baretti è abbastanza vicino a un mercato rionale, quello di via Nizza, e in una delle prime edizioni, lo ricordo bene, è arrivata una signora con la borsa della spesa che sicuramente non era mai andata a concerto. È entrata nel foyer del teatro e ha chiesto se quello “fosse il posto dove c’era la musica”. Per un’ora ha ascoltato Mozart e poi è uscita, ha ringraziato ed è andata a casa a fare pranzo. Insomma, funziona».

  C’è bisogno di un’educazione all’ascolto?

«Ogni pezzo viene introdotto da una chiacchierata mia o di altri collaboratori del teatro. Non succede mai che uno spettatore entri e senta un brano senza averne avuto almeno un’infarinatura; non facciamo un programma scritto perché troviamo più efficace che ci sia qualcuno che parli di persona, a volte lo stesso musicista prima di suonare. È chiaro che si potrebbe dire che l’arte parla da sola, però affidarsi esclusivamente a questo argomento potrebbe essere esagerato: spesso gli artisti e i musicisti non hanno l’attitudine a chiacchierare di quello che fanno, mentre in questo caso il pubblico deve avere la sensazione di essere a una festa e non a un rito».

  Da dove partirebbe per far conoscere Mozart?

  «Uno degli elementi secondo me più importanti è pensare agli artisti in quanto esseri umani e non a persone che provengono da un altro mondo; per certi versi, personaggi come Shakespeare, Bach o Picasso lo sono, ma non vivono su un altro pianeta o dentro un museo. Mozart ha patito e faticato come tutti noi, ha passato le notti a lavorare e poi a divertirsi, si preoccupava di mantenere la famiglia, ha avuto l’influenza, il mal di pancia e le bollette da pagare, e in mezzo a tutto questo, cosa che il pubblico può non percepire, è stato in grado di distillare la propria esperienza di vita in qualcos’altro. Se si riesce a mettere sullo stesso piano la nostra vita con quella di questi grandi artisti, si può fare un passo avanti verso la comprensione. Si tratta, in fondo, di lavoro: Mozart ha cominciato come lavoratore dipendente, come se lavorasse per un ente pubblico per cui tutto quello che componeva non era suo ma di chi lo pagava, e a un certo punto ha deciso di mettersi in proprio, come farebbe un ragazzo di oggi che decide di avviare una start up. Mozart ha scelto di fare il libero professionista quando nessuno lo faceva e di mantenere la famiglia componendo. Questa è una cosa che chi va al concerto con l’animo di ascoltare un capolavoro che improvvisamente ci viene giù dal cielo non percepisce. Mozart è stato, per certi versi, una persona normale che ha creato cose assolutamente non normali. Potrebbe essere il nostro vicino di casa, ognuno di noi potrebbe fare qualcosa di straordinario. Se si ha la sensazione di avere davanti l’opera di un uomo, secondo me la si può capire meglio».

  E con che opera comincerebbe?

  «Purtroppo abbiamo le segreterie telefoniche che ci fanno sentire Mozart mentre aspettiamo che ci passino l’interno, per cui magari Eine kleine Nachtmusik la si comincia a odiare, però ci sono le ultime sinfonie, mentre per chi ama l’opera c’è la trilogia di Da Ponte: il Don Giovanni, Le nozze di Figaro e Così fan tutte sono opere che parlano da sole. Oppure ancora le Sonate per pianoforte solo, mentre per chi ama la musica religiosa ci sono le grandi Messe. Da poco sono uscite le classifiche delle vendite internazionali di dischi, classifiche generali e non di musica classica. Ecco, la Deutsche Grammophon ha lanciato in dicembre un’integrale delle opere di Mozart, composta da 250 cd: in questo momento Mozart è l’autore più venduto al mondo in assoluto. Per capirci, vende più degli One Direction».

  Come si fa a partecipare all’evento?

  «I musicisti che vogliono partecipare possono ancora farlo fino al 31 dicembre. Il calendario prevede che si cominci a suonare il sabato per andare avanti fino a domenica e c’è bisogno di tempo per organizzare i tempi e il programma. Per proporsi bisogna mettersi in contatto con il Teatro Baretti: sul sito si trova un modulo da compilare dove indicare cosa si vuole suonare, la durata e in quale fascia oraria. Non ci sono particolari prove di ammissione, l’unico vincolo è che bisogna suonare Mozart. I luoghi sono vari: nel corso degli anni ci siamo allargati e molti enti si sono proposti. Per esempio per questa edizione la maratona sarà anche al Salone degli Svizzeri di Palazzo Reale che ci è stato concesso dalla sovrintendenza dei Musei Reali. Altri luoghi sono il Teatro Baretti (via Baretti 4), il Castello del Valentino (viale Mattioli 39), il Circolo dei Lettori (via Bogino 9), l’Auditorium “Vivaldi” della Biblioteca Nazionale di Torino (piazza Carlo Alberto 3), la Chiesa SS. Pietro e Paolo (largo Saluzzo 25), la Chiesa della Misericordia (via Barbaroux 41), la Casa del Quartiere San Salvario (via Morgari 14), lo spazio Luoghi Comuni (via San Pio V 11) e il Tempio Valdese (corso Vittorio Emanuele II 23)».

Corrado Rollin: “Da stamattina 55 ore con le note di Mozart. Ecco i segreti per ascoltarle”


(Nicola Gallino, la Repubblica, 27 gennaio 2018)

 

Da stamattina alle 10 a domani sera tardi, Torino è “Mozart Nacht und Tag”: decima edizione della maratona musicale per il compleanno di Teofilo Volfgango. Oltre 55 ore di musica non-stop, undici sedi, più di 120 appuntamenti con solisti, ensemble, cori e orchestre, 515 musicisti coinvolti. Tutto gratis. Programma aggiornato e dirette streaming su www.cineteatrobaretti.it.

  Corrado Rollin ne è l’inventore, l’organizzatore e l’anima.

Rollin, come si fa a gestire una macchina come questa?

«La squadra ruota attorno al nucleo di volontari dell’associazione Baretti. Tante cose s’imparano con l’esperienza. Io stesso in precedenza avevo organizzato al massimo una cena con amici a casa mia… E poi il passaparola fra i musicisti. Molti si prenotano da un anno all’altro, ne parlano con colleghi e allievi. Abbiamo coinvolto tutti i Conservatori del Piemonte e quello di Milano. E ci siamo evoluti: le proposte di concerto ora si caricano online».

  Com’è il vostro pubblico?

  «Decisamente trasversale. C’è il melomane e quello che non è mai stato prima a un concerto. E il bello è che sono mescolati fra loro. Non ci sono programmi per esperti e per neofiti. Come diceva Bernstein, “se uno applaude fuori tempo vuol dire che abbiamo un nuovo ascoltatore”. La gente si sposta da una sede all’altra. Ma capita anche che, una volta dentro, non esca più per ore. A volte li abbiamo dovuti pregare di lasciare posto a chi attendeva fuori in coda sul marciapiede. Però pensiamo anche a loro: il sabato sera offriamo il vin brulè. Lo scorso anno ne abbiamo preparati centodieci litri. Sembrava di essere in una caserma degli alpini».

  Capiterà pure qualche imprevisto, no?

  «Il compleanno di Mozart cade proprio nel picco influenzale annuo… Così ha sempre una percentuale di musicisti ammalati dell’ultimo minuto. Proprio cinque minuti fa mi ha scritto una cantante con 39 di febbre. Bisogna essere elastici. Chiediamo ad altri di replicare il loro concerto. O il contrario. Un anno mi arriva un quartetto di tromboni da Alessandria: “Eccoci qua”. Peccato che avessero sbagliato giorno. Così ho pregato i pianisti in programma di non eseguire i ritornelli per far posto ai tromboni… Un’altra volta ho avuto una defezione last minute. Come nei film ho urlato “C’è un pianista in sala?”. Si sono alzati in tre. Uno: “Ma io faccio Piazzolla…”. E ha suonato i tanghi. Arriviamo il lunedì mattina che siamo morti, ma è una vera festa popolare».

  Un sogno per le prossime edizioni.

  «Per un pelo non siamo riusciti a fare in Duomo il Requiem nella trascrizione per quartetto d’archi di Peter Lichtenthal. Ci riproveremo. Mi incuriosiscono cose teatrali come l’unica commedia di Eric Rohmer, “Il trio in mi bemolle”, due personaggi tipicamente rohmeriani che parlano di Mozart con il “Trio dei Birilli” eseguito dal vivo. O le pièces dedicate a Mozart da Thornton Wilder e Sacha Guitry. Mi appassionano forme ibride come l’incontro musica-cinema e i reading. E trovo che il pubblico giovane li gradisca più del concerto tradizionale».

Rollin: “Al Regio 36 Bohème ma innovare è sempre difficile”


L’analisi dell’ideatore di “Mozart Nacht und Tag”

(Nicola Gallino, la Repubblica, 21 febbraio 2022)

 

Dalla prima assoluta del 1° febbraio 1896 diretta da Arturo Toscanini a quella in scena ora fino a domenica 27 febbraio con la regia di Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi e i bozzetti originali di Adolfo Hohenstein, “Bohème” è apparsa sul palco del Teatro Regio ben trentasei volte. Comprese quelle per le Olimpiadi, quelle itineranti per il Piemonte, quella pocket del 2008 a Racconigi e le due versioni portate in tournée nel 2010 in Cina e Giappone. Nessun dubbio che sia l’opera torinese per eccellenza. Corrado Rollin è l’ideatore di “Mozart Nacht und Tag”, la maratona non-stop che fino al Covid ha festeggiato il compleanno di Amadeus con decine di concerti l’ultimo week end di gennaio. E con il cartellone di “Boh! - Baretti Opera House” da 11 anni propone al teatro di San Salvario una vera stagione operistica off: regie mondiali e titoli che a Torino dal vivo non vedremo mai, proiettati in dvd e introdotti da critici e musicologi. Del resto è sulle assi del Baretti che si è rodato Davide Livermore.

  Rollin, fra le sue tante “Bohème” quale l’ha colpita di più?

  «Molte e diversissime. “Bohème” è quasi una cartina al tornasole su come si può fare regia con un’opera di grande repertorio. Quella ora in scena al Regio è molto interessante perché il tentativo di ricostruire un originale ha sempre un valore anche storico e didattico. È un’operazione che va fatta. Trovo bellissimo il progetto in corso a Venezia per ricostruire il San Cassiano, il primo teatro pubblico d’opera al mondo, con le macchine e gli artifici scenici di fine Sei - inizio Settecento».

  Non rischia di essere un’operazione museale?

  «Al contrario. È ricostruire un sistema produttivo con tutti i suoi codici. Chi si lamenta di una scena vuota forse non sa che Shakespeare faceva “La tempesta” mettendo una pianta di limoni in mezzo al palco. Per questo suggerisco di vedere almeno un allestimento scespiriano al Globe Theatre di Villa Borghese. Lo stesso per la nostra “Bohème”: proporre con serietà gli allestimenti originali quando conservati dà all’operazione una sua ragion d’essere».

  Però coesistono con “Bohème” contemporanee come quella di Graham Vick che trasforma i bohémiens in studenti fuorisede del Dams: blogger e creative da Vanchiglia o San Salvario che anziché scendere da Momus potrebbero ordinare un delivery. Ci va più coraggio a fare l’una o l’altra?

  «In Italia proporre allestimenti moderni richiede coraggio perché abbiamo la zavorra di un pubblico âgé e conservatore, quello che un noto critico chiama “le care salme”.

  Invece all’estero?

  «In Germania per esempio lo spettatore ha un’età media più bassa. Si aspetta ogni volta un allestimento nuovissimo, e se fai quello tradizionale ti fa anche “buu”».

  Ma tradizione e innovazione non sono solo questioni formali.

  «Il vero discrimine non è tanto la messa in scena innovativa o tradizionale ma quella bella o brutta: che il regista riesca o fallisca nel trasmettere l’idea che ha in mente. Trovo molto bello quando si sa portare in luce un elemento implicito nell’opera».

  Qualche esempio di innovazione davvero riuscita?

  «L’”Aida” francese letta con la lente del colonialismo che è il tema chiave del 1870, l’esotismo come risvolto frivolo dell’imperialismo. O lo splendido “Giulio Cesare in Egitto” di David McVicar ambientato nell’India britannica dell’Ottocento: la civiltà occidentale che si sovrappone a una locale e antica, con i personaggi che ballano di continuo sulla musica di Haendel come in un film di Bollywood. Di recente hanno fatto all’Opéra-Bastille una “Bohème” ambientata sulla Luna. Sembra una follia, sennonché si scopre che la storia è il flusso onirico di un astronauta che sta morendo su un pianeta senza ossigeno. Una grande idea molto vicina al romanzo originale di Henri Murger, che è un flashback di persone mature che ricordano la giovinezza. E questo prende alla gola più che la lacrimuccia per la morte di Mimì. Come diceva Gustav Mahler, salvaguardare la tradizione non è fare la guardia alle ceneri ma è tenere acceso il fuoco».

  C’è un punto che sembra mettere tutti d’accordo. I cantanti oggi devono anche saper recitare, essere credibili. Come in questa “Bohème”, rispetto a cui quella del centenario con i divini ma maturi Luciano Pavarotti e Mirella Freni sembra lontana anni luce.

  «Luca Ronconi disse che sono stati i registi ad aver tenuto in vita il melodramma. Se fossimo andati avanti con messe in scena che erano pure contemplazioni di grandi voci l’opera sarebbe morta. Sono passati i tempi in cui Beniamino Gigli poteva fare Radamès piantato in scena come la statua di Garibaldi… Oggi si inizia a percepire che il melodramma è metà teatro e metà musica. E che andare all’opera vuol dire vedere qualcosa e non solo ascoltare cantanti».

RECENSIONI


W Verdi, Giuseppe!

“Burla sull’Italia in corso d’opera”


Il film di Antoniozzi, Livermore, Rollin

(Sandro Cappelletto, La Stampa, 18 agosto 2011, p. 36)

 

«Ma la nostra arte è migliore di noi», dice Giuseppe Verdi. A muovere le labbra - per essere precisi - però non è proprio lui, ma il suo più famoso ritratto, quello dipinto da Giovanni Boldini: fluente barba bianca da uomo saggio, cilindro nero, candida sciarpa di seta. Subito dopo, grazie a quei montaggi tanto spiazzanti quanto carichi di senso di cui è capace il cinema, ecco apparire l’aula di Montecitorio, durante una recente, violenta, tristissima rissa parlamentare: ci vuole poco a riconoscere i protagonisti, perché sono la nostra attuale classe politica. W Verdi, Giuseppe! è un film; anzi: «una burlesca sull’Italia in corso d’opera». «Ideata e scritta» da Corrado Rollin, Alfonso Antoniozzi e Davide Livermore che, con Roberta Pedrini, firma anche la regia. Per la produzione, hanno unito le forze la Televisione della Svizzera Italiana e il Cine Teatro Baretti di Torino. Le orchestre e i cori impegnati sono quelli del Teatro Regio di Torino e dell’Orchestra della Radio di Lugano, Gianandrea Noseda e Diego Fasolis i direttori protagonisti. Anteprima nazionale domenica 21 agosto, in Piazza del Popolo a Pesaro, nel pieno del Rossini Festival. Poi, proiezione settembrina a Torino e, a ottobre, diffusione nazionale con La Stampa. «Verdi come il padre», titolava Massimo Mila in un suo celebre articolo: come se fosse stata l’opera, e soprattutto l’opera verdiana, a costruire l’idea stessa dell’Italia. Il padre di tutti noi italiani, o almeno di come avremmo potuto, magari, essere. Tra invenzioni di sceneggiatura, anche molto divertenti, filmati d’epoca, ricostruzioni in studio, tra storia e pura fiction, in un alternarsi di dialetti - Mazzini parla genovese, Verdi emiliano, i Savoia torinese... - si svolge un percorso che va dalle guerre del Risorgimento all’attualità, seguendo la traiettoria narrativa scelta da Livermore anche per la sua recente regia de I Vespri siciliani. Dalle immagini delle Cinque Giornate di Milano del 1848 - «Milano è insorta», dice un emozionato Carlo Cattaneo - si passa ad ascoltare Patria oppressa, il coro del Macbeth che infiammò, quanto il Va’, pensiero, gli animi dei nostri patrioti di allora. I fratelli Bandiera, indossando un maglione, dicono il loro «testamento» politico, a due voci, dandosi sulla voce, ma il messaggio arriva in modo diretto, potente. Senza alcuna retorica, con verità. È la caratteristica principale del lavoro: esattezza, non pedanteria, disinvoltura fino alla gag (Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele che fanno il verso alla coppia televisiva Mondaini-Vianello), ma non una notizia è errata, o gratuita. Il film dà anche i numeri, quelli buoni. Corrado Rollin, che conoscevamo come scrittore e appassionato melomane e che qui rivela professionali, anche comiche, doti di attore, racconta come a Torino gli abbonati al Regio e allo Stabile siano superiori a quelli di Juve e Toro. Accade lo stesso a Milano: Scala e Piccolo Teatro battono, per fedeltà di pubblico, Inter e Milan. E ogni sera, nei teatri di tutto il mondo, vanno in scena circa cinquanta opere cantate in lingua italiana: «Siamo stati noi a insegnare al mondo a fare il teatro d’opera». Notizie e cifre note, ma è bene non stancarsi di ripeterle, a chi magari pensa che la lirica sia una passione viziosa di un pubblico residuale e terribilmente snob. Alla fine, mentre scorrono i titoli di coda, abbiamo la conferma di quanto si era immaginato: «Ogni riferimento a fatti e personaggi reali NON era puramente casuale». Questa «burlesca» parla di noi, di ieri e di oggi.

Il violoncello protagonista raro per un testo teatrale


Prima nazionale della pièce dedicata a un brano

(Alberto Mattioli, La Stampa, 23 marzo 2016, p. 58)

 

Fare teatro con un violoncello, e magari «su» un violoncello? Succede al Baretti oggi, domani e venerdì (sempre alle 21) per la prima nazionale, in collaborazione con il Museo nazionale del Cinema, del Concerto per violoncello di Corrado Rollln. Recitano Sax Nicosia e Giancarlo Judica Cordiglia, la regia è dello stesso Nicosia, le musiche a cura dell’autore. A seguire, la proiezione del video del Concerto per violoncello e orchestra di Edward Elgar, solista Jacqueline du Pré, direttore Daniel Barenboim.

  Caso raro, forse unico: il vero protagonista della pièce è un brano musicale, appunto il Concerto di Elgar (1857-1934), compositore che in Italia, tutto sommato, è poco eseguito e di certo ancor meno conosciuto. E per lo più confinato nell’immagine di cantore dell’Inghilterra imperiale, con i suoi massicci oratori vittoriani (uno per tutti, The Dream of Gerontius) e le celebri Enigma Variations che, quanto a sapienza compositiva, se la giocano con i coevi capolavori di Richard Strauss. Ma, soprattutto per i più Elgar è le Pump and Circumstance Marches, la colonna sonora dell’Inghilterra triumphans. Specie quando ne fu ricavato dallo stesso Elgar quel vero inno nazionale britannico che è Land of Hope and Glory, il Rule Britannia del XX secolo, tuttora intonato ai Proms e alle sfilate militari, nelle colonne sonore dei film epici e nelle azioni di grazia nelle cattedrali alla presenza di qualche Royal Highness, con fierezza e insieme nostalgia per la piccola isola che sottometteva il mondo con il vapore e la Bibbia.

  Ed ecco che Elgar, questa voce dell’Inghilterra più compiaciuta e autoreferenziale, si scontra con l’immane macello della Prima guerra mondale, che distrugge non solo tante vite ma anche una concezione del mondo. Sicché, negli Anni Trenta, ci fu quel famoso dibattito a Oxford (o era Cambrigde?) durante il quale la futura classe dirigente giurò che mai più nessuno si sarebbe fatto ammazzare «for King and Country», la formula rituale che si legge sul monumenti ai Caduti (il che non impedì che gli stessi giovanotti, solo qualche anno dopo, si facessero ammazzare e come, sui cieli d’Inghilterra o sulle spiagge della Normandia, ma stavolta non soltanto per difendere un Impero comunque perduto…).

  Intanto la guerra, la Prima, finisce, l’Inghilterra, almeno formalmente, la vince e, curiosamente, Elgar non sforna né marce trionfali né oratori per rendere grazie all’Altissimo. No: la risposta è l’umanissimo, dolente Concerto per violoncello, che nella commedia, scrive Rollin, «apparirà come suggestione sonora», in alternanza «a citazioni letterarie di autori di quegli anni e proiezioni di immagini di repertorio».

  E ai confronti con George Bernard Shaw, che di Elgar era incredibilmente amico. Una strana coppia, fra due opposti: Elgar, «un serio galantuomo liberale di destra»; Shaw, «un radicale agnostico di sinistra, ironico fino all’estremo». Spiega Rollin: «Se Shaw può parlare ripetendo “ve l’avevo detto”, Elgar può solo far cantare il violoncello, che stavolta non ha più nulla della vecchia prosopopea, ma tradisce un sincero e adulto pianto interiore dopo quella che tutti credevano essere l’“ultima” guerra…».


Il concerto per violoncello di Corrado Rollin


Regia di Sax Nicosia

al Teatro Baretti di Torino

dal 23.03.2016 al 25.03.2016

(Roberto Canavesi, Teatroteatro.it, 25 marzo 2016)

 

Per chi fosse convinto che a teatro la parola sia il solo strumento di affabulazione, consigliamo la visione de Il concerto per violoncello, pièce ibrida di Corrado Rollin che Sax Nicosia dirige ed interpreta insieme a Giancarlo Judica Cordiglia.

  Esito finale della proficua sinergia tra l’Associazione Baretti ed il Museo Nazionale del Cinema, lo spettacolo è un “Giano bifronte” della scena con un incipit narrativo e teatrale cui segue la proiezione integrale del Concerto per violoncello ed orchestra di Edward Elgar nella celebre versione, diretta da Daniel Barenboim, interpretata da Jacqueline du Pré, futura moglie del direttore argentino prematuramente scomparsa poco più che quarantenne.

  Recto e verso della medesima medaglia, Edward Elgar e George Bernard Shaw sono da subito gli indiscussi protagonisti in un agone di parole e provocazioni, di malcelate accuse e reciproci attestati di stima. Da un lato Elgar, icona musicale della terra d’Albione, nazionalista all’eccesso e voce ufficiale di un Impero britannico che accoglie con malcelato imbarazzo il suo silenzio musicale al cospetto della vittoria nella Grande Guerra: dall’altro il suo esatto opposto, un intellettuale a tutto tondo, maschera di austera galanteria e feroce dispensatore di humour ed ironia. L’uno a fianco all’altro su due pedane sopraelevate, Nicosia e Judica Cordiglia danno vita ad una singolar tenzone tra due nemici-amici che sembrano a tratti cordialmente detestarsi, pur in realtà sempre animati da un profondo reciproco rispetto. E se l’oggetto del contendere è proprio indagare la motivazione dell’inaspettata atrofia creativa post bellica, miglior risposta Elgar non poteva darla con il suo Concerto per violoncello la cui esecuzione incanta nell’ultima mezzora di spettacolo.

  Reduce dall’apprezzato debutto registico nella Dragpenny Opera, liberamente ispirata a The Beggar’s Opera di John Gay, Sax Nicosia con Il Concerto per violoncello firma una regia che ha il pregio di non uscire dai confini di un impianto, ben confezionato da Corrado Rollin, lineare ed essenziale: se il suo è un Edward Elgar appassionato e disilluso, non meno ispirato risulta Giancarlo Judica Cordiglia negli eleganti panni di un Bernard Shaw tanto pungente, quanto pronto a decantare le proprie doti di poliedrico uomo di lettere. Di parola in parola la querelle verbale si sviluppa con toni provocatori quanto grotteschi, tirando la volata alla citata imperdibile esecuzione musicale, ideale epilogo ad una serata nutrita da teatro di parola e musica d’autore.

“Rienzi” di Wagner fa ripartire la stagione d’opera del Baretti


Il melocinema

(Guido Andruetto, la Repubblica, 6 gennaio 2019, p. XV)

 

Tornano domani al CineTeatro Baretti a San Salvarlo i lunedì pomeriggio dedicati ai memorabili capolavori del melodramma sul grande schermo, per la rassegna “B.O.H.! Baretti Opera House” promossa dall’Associazione Baretti in collaborazione con il Regio e La Fenice. Ogni settimana, le opere più celebri vengono proiettate nella sala di via Baretti con l’immancabile introduzione del curatore Corrado Rollin che dialoga con ospiti di rilievo, siano essi critici musicali o registi di teatro e cinema, com’è accaduto in passato con Mario Martone, Alberto Mattioli o Steve Della Casa.

  Per il primo appuntamento del 2019, domani alle 14,30 (inizio proiezioni ore 15, biglietto intero 5 euro, ridotto 4, carnet di 6 ingressi a 20 euro), sarà proposto al pubblico “Rienzi, l’ultimo dei tribuni”, opera giovanile di Richard Wagner composta tra il 1837e il 1840, qui nell’interpretazione di Torsten Kerl e Camilla Nylund, per la regia di Philipp Stölzl, direttore Sebastian Lang-Lessing. Per il dialogo introduttivo è annunciata la presenza del giornalista e critico Giorgio Gervasoni. «L’opera sul grande schermo, almeno in Italia, non fa grandi numeri - spiega Rollin -. I cinema che proiettano in diretta e in alta definizione le opere del Metropolitan o del Covent Garden sono, a quanto mi risulta, molto spesso praticamente vuoti. Il primo motivo è l’abbondanza di offerta di opera “vera” nel nostro Paese, che ha un grandissimo numero di teatri storici che, nel bene o nel male, il melodramma lo fanno. Le produzioni interazionali hanno come scopo la successiva commercializzazione in dvd e un bacino d’utenza potenziale che è enormemente diverso dal nostro. Noi però con il Baretti in questi anni abbiamo sempre puntato al massimo contenimento dei costi e alla qualità dell’offerta: la possibilità di avere un’introduzione fatta da un esperto con cui ci si può anche confrontare. Ultimo aspetto, non certo minore, è quello dell’aggregazione sociale. In quell’orario pomeridiano chi lavora non può venire, ma le centinaia di pensionati che ci seguono non avrebbero forse mai messo piede in un teatro di San Salvario».

  Anche per un’opera minore come quella proposta domani, “Rienzi”, gli organizzatori si aspettano dunque una buona partecipazione di spettatori. «È un’opera che si rappresenta poco soprattutto perché, essendo un grand-opéra alla francese - aggiunge Rollin - esige un organico di cantanti, comparse e ballerini che i teatri ben di rado si possono permettere (senza contare le scenografie). È un Wagner che non è ancora Wagner, non tanto perché non è ancora esperto nella composizione, ma perché, per farsi conoscere dal pubblico, si sforza di scrivere in una forma tradizionale, strutturalmente rigida e contraria alla concezione drammatica che lui di lì a poco comincerà a creare con “L’olandese volante”. La fonte letteraria (il romanzo “Rienzi, the Last of the Roman Tribunes” di Edward George Bulwer-Lytton) era un best seller che mescolava il fascino della Roma “senza Papa”, perché la sede in quel periodo era Avignone, con una storia piena di foschi presagi».

L'ANGOLO DELLE IMMAGINI